Dante: l’iniziato templare
Pubblicato by admin Lunedì, 14 Aprile 2008 in Templaridi Franco Ferrara
E’ bene fugare ogni dubbio, qualora ce ne fosse, sull’iniziazione di Dante; egli stesso ci dice: O voi ch’avete gli intelletti sani // mirate la dottrina che s’asconde // sotto il velame delli versi strani (Inf. 9, 61-63), per metterci sull’avviso che nei suoi versi, in particolare, e nei suoi scritti, in generale, come egli riferisce nel Convivio, la scrittura deve intendersi per completarsi ed armonizzarsi sotto un quadruplice aspetto: Letterale, morale, allegorico e anagogico, o, per meglio precisare, in: Letterale, politico-sociale, filosofico - teologico e metafisico - iniziatico sotto il velame dell’esoterismo che è la caratteristica di tutti gli ordini inziatici, come il ricorso alla scienza dei numeri con valore simbolico, per la quale Dante nutre una particolare predilezione, specie per il 3 e i suoi multipli, nonché l’1, il 10, l1, e il 13 che richiama espressamente la struttura templare: il capitolo elettorale cui spettava l’elezione del Gran Maestro era formato da dodici cavalieri e di un cappellano; un capitolo templare era composto da tredici cavalieri, in ossequio al fatto che anche un nuovo convento cistercense, l’Ordine di San Bernardo, poteva essere fondato da un abate e altri dodici frati; un templare impedito a partecipare al culto mattutino era obbligato a recitare tredici pater noster alla Vergine e tredici come ufficio giornaliero. Così, il numero 13, nella Divina commedia, ricorre svariate volte in tutte e tre le Cantiche, come vedremo più in là, citando qualche esempio. Egli, inoltre, abbina il sistema scientifico liberale ai diversi gradi dell’iniziazione, cui fa corrispondere una gerarchia angelica a significare che quanto più ci eleviamo, sia dal punto di vista culturale che iniziatico, tanto più ci avviciniamo a Dio: Luna - grammatica - Angeli, Mercurio - dialettica - Arcangeli, Venere - retorica - Principati, Sole - aritmetica o ragione illuminata ed illuminante – Troni, Marte - musica - Potestà, Giove - geometria - Virtù, Saturno - astronomia - dominazioni, Stelle fisse – scienza naturale (matematica e fisica) - Cherubini, Primo mobile – scienza morale (etica) - Serafini, mentre la Candida Rosa, il consesso di tutti beati, rappresenta la scienza per eccellenza, la Teologia.
L’interpretazione di René Guénon dell’acronimo nell’effigie conservata nel museo di Vienna può semplicemente avvalorare l’iniziazione di Dante, perché esistono delle prove concrete che fugano tutti i dubbi, qualora ce ne fossero. Ce la dimostra la scelta della guida, Virgilio, chi per lungo silenzio parea fioco, che, come il maestro esperto, lo accompagna e lo sostiene lungo il suo percorso iniziatico e, allo stesso tempo, dà, in ogni occasione, la prova incontestabile del possesso di un sapere iniziatico, particolarmente palese quando, al culmine del Purgatorio e delle stesse prove iniziatiche, esorta Dante ad accettare l’invito dell’Angelo ad affrontare l’ultima prova, quella del fuoco. All’intimazione dell’Angelo: Più non si va, se pria non morde,// anime sante, il foco: entrate in esso, // e al cantar di là non siate sorde ( Pur. 27, 10-12), Virgilio, infatti, lo esorta: Credi per certo che se dentro a l’alvo // di questa fiamma stessi ben mille anni, // non ti potrebbe far d’un capel calvo (Pur. 27, 25-27), che dimostra l’esperienza vissuta, tant’è che: Sì comm’ fui dentro, in un bogliente vetro // gittato mi sarei per rinfrescarmi, // tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro (Pur. 27, 49-51), sancisce l’invito di Virgilio. Indi, passata la notte e pervenuti nel Paradiso terrestre, ancora Virgilio: … Il temporal foco e l’etterno // veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte // dov’io per me più non discerno. // Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; // lo tuo piacer (Beatrice, la gnosi templare) omai prendi per duce; // fuor sei de l’erte vie, fuor se’ de l’arte (di Virgilio) (Pur. 27, 127-132), ormai Dante ha superato tutte le prove iniziatiche e si trova in uno stato in cui sono necessarie non altre prove, ma altro sapere e altri impegni.
A questo punto diventa superfluo richiamare il fatto che la Sibilla fa cogliere ad Enea nella selva il ramoscello d’oro da offrire a Proserpina che allude al ramo portato dagli iniziati di Eleusi e all’acacia massonica, simbolo di resurrezione e d’immortalità. Con l’iniziazione che è un’accezione della conquista cosciente degli stadi superiori, un’ascesa, un viaggio nelle regioni celesti, preceduto da una discesa agli inferi, come Cristo risorto, che rappresenta la rivisitazione degli stadi precedenti che devono essere rivissuti e compresi per ottenere la trasformazione o metamorfosi, si verifica la riconquista dello stato edenico, il Paradiso terrestre, proprio là dove Virgilio scompare, perché, ormai, è necessaria un’altra guida. Piuttosto è da notare l’impianto architettonico della distribuzione della materia nelle tre Cantiche che, da un lato richiama i tre pilastri del tempio, Ercole, Venere e Minerva, forza, bellezza e sapienza, corpo, anima e spirito, in cui l’inferno rappresenta il Gabinetto di riflessione, dove il recipiendario va alla ricerca della sua più profonda essenza, visita interiora terrae rectificandoque invenies ocultum lapidem, il Purgatorio le prove iniziatiche e il Paradiso la dimora dei perfetti che con la loro intelligenza hanno saputo realizzare il fine più nobile della vita, l’amore; dall’altro dimostra che la materia è tutta pervasa da vastissima quantità di conoscenze molto profonde impossibili non solo alle masse, ma anche ai colti, sui temi e sui rapporti riguardanti, principalmente, la società e la religione, che, poi, sono i problemi di tutti i tempi. A parte il fatto che il suo poema è strutturato secondo un’architettura che dimostra il possesso di una rara abilità magica
Che nel mondo antico ci fossero dei grandi iniziati, vedi un Pitagora o un Platone, per fare qualche esempio, è un fatto risaputo, come risaputo è che se ne conoscessero gli effetti anche da molti, non importa se iniziati o meno, come Seneca che invita a varcare la soglia del Tempio e non restare nel vestibolo o Cicerone che dice: ”L’iniziazione fa veramente conoscere i principi delle cose e l’iniziato acquista ragione non solo di vivere con letizia, ma anche di morire con una migliore speranza”, od un Plutarco che descrive l’iniziazione: “L’anima, al momento della morte prova la stessa impressione di quelli che sono iniziati ai Grandi Misteri. Le parole e le cose si rassomigliano. Sono, dapprima, delle corse a caso, dei giri penosi, un camminare inquietante e senza fine, il terrore è al colmo, brividi, tremori, sudore freddo, spavento. Ma, poi, una luce meravigliosa si offre agli sguardi, si passa in luoghi puri ed in prati ove le voci e le danze, parole sacre e sante apparizioni ispirano il rispetto religioso. Allora l’uomo, da quel momento perfetto ed iniziato, diventa libero e, passeggiando senza legami, celebra i Misteri con una corona sulla testa, vive con gli uomini puri e santi; vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pigiarsi nel fango e nelle tenebre e, per paura della morte, attardarsi nei mali, non volendo prestar fede alla felicità di lassù”.
La gnosi, propria dei mistagoghi, consente, mediante l’iniziazione a conoscenze occulte profonde, nascoste alle masse, di pervenire dallo stato di miseria alla suprema beatitudine proprio attraverso i mezzi idonei per raggiungerla. Essa si snoda lungo i secoli attraverso un’ininterrotta e segreta catena tradizionale da Ermete Trismegisto (Thoth) a Pitagora, Platone, Seneca, Giamblico, Plotino, il giudaismo, gli gnostici, l’Islam, il sufismo, i Templari, Dante e, così, via. La gnosi templare, dunque, non è originale, ma discende dal sincretismo della Bibbia, dalla teologia, dal sufismo, dalla Qabbalah, dallo gnosticismo eretico e dal neoplatonismo. Essa è proprio una miscela che riesce a stendere un velo di silenzio sugli antichi misteri e si basa sull’ascesi neoplatonica dell’Eros corporeo a quello intellettuale e attuale attraverso il vedere e il pensare della filosofia neoplatonica di Plotino. Il vedere presuppone conoscere; conoscere implica, da un lato, penetrare e cogliere nella sua interezza l’oggetto del vedere, distinguendosi dal modo che tutti possono osservare, dall’altro, elevarsi dal mondo sensibile a quello dell’idea dell’oggetto stesso, come sostiene Platone, secondo un rituale ben preciso che richiede l’arte del fare ciò che deve essere fatto per potere contemplare (pensare) l’essenza di ciò che è la manifestazione o rivelazione terrena. L’Eros plotiniano, quindi, non è qualcosa a sé, ma è parte della stessa anima che spinge verso il mondo superiore, all’innalzamento e alla contemplazione dell’Assoluto, dell’Uno e del Bene, attraverso il superamento di tre gradini; Separazione dal mondo che ci è stato imposto; separazione dal mondo percepito dai nostri sensi; separazione, infine, dall’Intelligenza, dal Nous, per annullarci nella grande quiete piena di pace, allietata proprio dalla presenza dell’Uno. I tre gradini di Plotino sono : Eros corporeo, poetico ed attuale, quelli di Dante che, invece, danno l’accesso al Purgatorio che conduce alla felicità terrena sono di colore diverso: bianco e terso il primo, ruvido e crepato il secondo, rosso-sangue il terzo.
Anche se tutto il pensiero teologico, filosofico e socio-politico di Dante sembri affondare le sue radici in quello di Gioachino da Fiore, dal quale muove i suoi primi passi, la sua vera Donna dello spirito, Beatrice, che è il nucleo centrale del suo pensiero sulla dottrina per la conquista della beatitudine e che permea tutte le sue opere, principalmente la Divina Commedia, ricalca interamente la gnosi templare, una conoscenza rigorosamente segreta che può essere rivelata ad altri iniziati solo mediante allegorie sia per non correre il rischio della profanazione, sia per evitare la persecuzione più o meno feroce, come quella toccata ai Templari, in Francia. Tutta la malinconia e tutta la gioia d’amore, narrate nella novella giovanile – La vita nova -, sono proprio manifestazione della gnosi templare sotto il nome di Beatrice, di rosso vestita a 9 anni, quando avviene l’incontro con la gnosi templare alla scuola di Brunetto Latini, di bianco a 18, come il loro mantello bianco e la croce rossa, quando diventerà cavaliere templare, mentre, nella Commedia, quando gli appare nella trasfigurazione del Paradiso terrestre, si aggiunge il verde, i tre colori delle tre virtù teologali: Così dentro una nuvola di fiori // che da le mani angeliche saliva // e ricadeva in giù di dentro e di fori, // sovra candido vel cinta d’uliva // donna m’apparve, sotto verde manto // vestita di color di fiamma viva (Pur. 30, 26-33), tutto espresso in un linguaggio accessibile solo agli iniziati, i quali, per il loro stato, devono essere molto discreti. La stessa cosa fa quando usa l’espressione: Le membra in terra sparte di Beatrice che può usare solo dopo la morte reale della Beatrice vera per designare i numerosi membri templari sparsi in tutta Italia, o, quando, alla fine delle prove iniziatiche, nel Paradiso terrestre, riporta il rimprovero di Beatrice per essersi fatto attendere così tanto: “Guardaci ben! Ben son io, ben son Beatrice. // Come degnasti d’accedere al monte? // Non sapei che qui è l’uom felice?” (Pur. 30, 73-75).
Tutti i commentatori di tutti i tempi sostengono, inequivocabilmente, che Beatrice rappresenti la teologia ed hanno pienamente ragione. Ma badiamo bene che la gnosi templare per Dante è la vera teologia, perché il vero Cristianesimo è incarnato dall’Ordine templare e la sua difesa diventa, per lui, un preciso dovere. Nell’ultimo canto del Purgatorio, infatti: Ma poi che l’altre vergini dier loco // a lei di dir, lega dritta in pé, // rispose, colorata come foco: // “Modicum, et non videbitis me; // et iterum, sorelle mie dilette, // modicum, et videbitis me.” (Pur. 33, 7-12), parole latine tratte dal vangelo di San Giovanni con le quali Gesù, nell’ultima cena, annuncia la sua prossima morte e la sua resurrezione, che alludono non solo alla soppressione dei Templari e alla loro rinascita, come, ingenuamente, credeva Dante, ma anche al fatto che, per un certo tempo, la Chiesa si allontanerà dalla retta via e, in seguito, risorgerà riformata e corretta nei costumi: “ Sappi che ‘l vaso che ‘l serpente ruppe, // fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda // che vendetta di Dio non teme suppe. // Non sarà tutto tempo sanza reda // l’aguglia che lasciò le penne al carro, // per che divenne mostro e poscia preda; // Ch’io veggio certamente, e però il narro, // a darne tempo già le stelle propinque, // secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro, // nel quale un cinquecento diece e cinque, // messo di Dio, anciderà la fuia // con quel gigante che con lei delinque” (Pur. 33,34-45). Il rompicapo, qui, è il 515, anche se, a prima vista, sembra facile, ma bisogna diffidare, come ci raccomanda lo stesso Dante. Sarebbe troppo semplice cercare di individuare il DUX, posponendo la X del DXU, il 515 romano, in Arrigo VII di Lussemburgo, morto nel 1313, prima della Bolla di soppressione dell’Ordine, il restauratore della Chiesa spirituale, magari, perché no!, gioachimita, ma la sua morte prematura avrebbe dato a Dante il tempo e la possibilità, se non altro, di allungare quelle stelle propinque, invece, qui, si tratta di ben altro, formulare un enigma che ne caratterizzasse l’attività, sostiene Robert L. John, il quale ricorda che la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, operata da Zorobabele, avvenne proprio nel 515 a. C. e, quindi, qui, bisogna individuare chi avrebbe riconsacrato il Tempio templare e restaurato la stessa Chiesa dopo la profanazione di Filippo il Bello con la connivenza di Clemente V. D’altronde anche nel primo canto dell’Inferno parla di un veltro: Molti son li animali a cui s’ammoglia, // e più saranno ancora, finché ‘l veltro // verrà, che la farà morir con doglia (Inf. 1, 100-102). Dante, dunque, fino alla sua morte, era pienamente convinto che il templarismo e la sua Beatrice sarebbero risorti, anzi non sarebbero mai morti, perché il veltro era già nato ed era pienamente convinto che mai sarebbe sorto un impero universale, anche se ideale, perché umanamente irrealizzabile.
A questo proposito, Cino da Pistoia osserva che Là dove vide la sua Beatrice // e quando ad Abraam guardò nel sino, // non riconobbe l’unica Fenice // che con Sion ricongiunge Appennino Dante non avrebbe dovuto dire Roma, ma Appennino, Firenze, in quanto aveva capito che egli non intendeva nessun altro se non se stesso, senza rendersi conto che dante aveva impellente bisogno di nascondere la sua vera identità, mantenendo il massimo riserbo sul suo templarismo.
Ha, perfettamente, ragione, dunque, René Guénon quando interpreta l’acronimo sul retro della medaglia con l’effigie di Dante: F.S.K.I.P.F.T., con: Fidei Sanctae (il grado più alto della Scala mistica ed origine delle varie scienze e delle varie arti) Kadosh (principe) Imperialis Principatus, Frater Templarius, cui egli pervenne, di certo, nella giovinezza sotto la guida di Brunetto Latini, insieme al chiericato, forse, in ambito templare, tanto che alla fine del suo viaggio ultraterreno (Par. 31^ canto) sceglie, come ulteriore guida, San Bernardo di Chiaravalle. Accanto, infatti, all’élite sociale dei cavalieri templari, la cui legittima discendenza aristocratica doveva essere comprovata, esisteva pure un’élite culturale che aveva dimestichezza col patrimonio culturale allegorico e simbolico tradizionale neoplatonico che contribuì, in modo decisivo, alla nascita, in letteratura, della poesia amorosa, mentre in architettura sviluppò la proiezione fantastica nelle cattedrali gotiche. Tutto questo spiega l’opera di Dante impostata sulla gnosi templare che, a sua volta, ricalca la concezione del neoplatonico Plotino, il quale, riprende Platone e tutto il bagaglio del mondo iniziatico tradizionale e lo trasmette allo gnosticismo eretico, al mondo arabo-persiano, al sufismo ed ai Templari. La vita dell’uomo, secondo Plotino, è irta di ostacoli e l’anima ha davanti a sé due vie, sia quella dell’oblio della vita superiore per precipitare sempre più in basso nel baratro, sia quella del ricordo e dell’ascesi, della liberazione e della contemplazione, in quanto essa è un frammento dell’anima universale, il Nous, di quell’anima che ha, da una parte, al di sopra, l’Uno, il To en, al di sotto, le rationes seminales. L’intero cosmo, per lui, rappresenta il teatro della vicenda spirituale umana che le anime abbandonano nel segno del cancro per discendere sulla terra e nel quale rientrano nel segno dell’ariete, dopo aver percorso le sfere planetarie per purificarsi. A spingere l’anima alla contemplazione dell’assoluto è l’Eros, l’amore, che non nasce mai dalla sola vista, ma anche dalla continua ripetuta vivificazione spirituale dell’immagine pensata spiritualmente, dal vedere e dal pensare, dunque, ed è dedizione dell’anima alla verità, alla bellezza, alla giustizia, alla pace. È un amore che spinge non solo alla propria felicità, ma anche a quella di tutta l’umanità. Non solo scavare oscure e profonde prigioni al vizio ed edificare templi alla virtù, ma anche lavorare per il bene e il progresso dell’umanità. La dottrina dantesca della salvazione dell’anima è imperniata sulla certezza che l’umanità deve tendere a due fini preposti da Dio, che consistono nel perseguire la felicità terrena e la felicità celeste, la beatitudo temporalis e la beatitudo aeterna. La ricerca di quest’ultima trascende la comprensione di ogni facoltà umana e impegna non solo la singola anima, ma anche quella di tutti gli uomini, perché è un dovere di tutti contribuire alla felicità eterna degli altri anche se nessuno può adempiere per un altro quello che è una prerogativa personale. Per beatitudine terrena egli intende un ordinamento che assicuri ad ogni individuo la pace e la giustizia, nonché la libertà di sviluppare e conformare la propria vita secondo le sue capacità e disposizioni.
La ricerca della felicità non significa ricerca smodata dei piaceri della vita, perché presuppone una profonda serietà morale. Le due beatitudini, poi, rappresentano il coronamento delle due forme di vita umana: la vita attiva e la vita contemplativa che comprendono, la prima, attività che vengono realizzate mediante atti di volontà infiammata d’amore, come quelle materiali, professionali e politiche, e, la seconda, invece, attività che vengono realizzate dalla facoltà della conoscenza, come le religiose, le scientifiche e le artistiche. Dante, come tutti, d’altronde, attribuisce alla felicità che deriva dalla vita contemplativa un valore preminente, poiché l’essenza della visione di Dio per l’eternità che impregna di beatitudine l’anima umana è superiore alla volontà infiammata d’amore. La conquista della felicità celeste si basa sull’esercizio delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, mentre quella della felicità terrena si basa su quelle cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, di cui anche la filosofia classica aveva riconosciuto l’importanza. Le due beatitudini sono interdipendenti ed è impossibile che sussista l’una senza l’altra. Simbolo della felicità terrena è il paradiso terrestre, mentre quello della beatitudine eterna è il paradiso celeste, cui si perviene dopo quello terrestre.
Dante considera l‘umanità come un tutt’uno e, poiché in essa sussistono debolezza, stoltezza, sfrenatezza e ingiustizia, proprie della sua natura, per essa diventa impossibile raggiungere la beatitudine eterna, allora è necessaria una guida capace di assicurarle, principalmente, la giustizia e la pace e questa guida è esclusivamente l’impero universale, una guida conforme ai dettami della ragione filosofica, che metta proprio sullo stesso piano e nelle condizioni di pervenire alla felicità eterna tutta l’umanità che, in caso contrario, cadrebbe nella disperazione. Anche per raggiungere la felicita celeste è necessaria all’umanità, come tutt’uno, una guida infallibile secondo la teologia, il papato. Al primo che tramite la benedizione papale riceve la luce della grazia che consente di operare con giustizia e rettitudine spetta la guida materiale, al secondo la spirituale ed entrambi, nel loro ministero, sono indipendenti, perché le loro funzioni sono diverse, ma devono agire in sintonia ed in piena armonia, in quanto il loro operare è basato sul rispetto reciproco, anche se l’imperatore deve al papato il rispetto che il primogenito deve al proprio genitore, cui deve succedere nella guida della famiglia nella concezione patriarcale, come espresso in maniera brillante, principalmente, nel De monarchia, dove dice espressamente: “Usi Cesare verso Pietro quella riverenza che il figlio primogenito deve usare verso il padre, affinché, illuminato della luce della paterna grazia, spanda i suoi raggi più felicemente sulla terra, cui è stato preposto da Colui che solo è governatore di tutte le cose spirituali e temporali”. Per Dante entrambi i poteri, quello temporale, l’impero, e quello spirituale, il papato, spettano, per diritto divino, al popolo romano, in quanto il primo, dopo il peccato originale, è sorto per preparare il terreno al secondo. La roccia sorvolata dall’aquila era Roma, la città, in cui Cesare continuava a vivere come imperatore e Pietro come papa ed in cui l’Aquila imperiale riceveva la luce dalla Croce e la Croce riceveva la forza e la protezione dall’Aquila. L’Aquila e la Croce erano molto care a Dante non perché erano emblemi dell’imperatore e del papato, ma perché erano raffigurate nello stemma nel Gran Maestro dei Templari, i quali erano convinti assertori del connubio delle due guide universali. Non rappresentava un ostacolo a quel connubio il fatto che il papato era un’entità sopranazionale e soprannaturale, mentre l’impero non aveva le stesse caratteristiche, ma per Dante non costituiva, dati i tempi, un anacronismo, né un problema di amministrazione nazionale, data la contemporanea nascita degli Stati nazionali, perché rappresentava un principio che aveva attinenza all’intima compagine di tutto il genere umano al di sopra delle etnie.
Tuttavia, in quel tempo, i due poteri che avrebbero dovuto guidare l’umanità alla riconquista delle due beatitudini perse col peccato originale non erano nelle condizioni di esercitare la loro funzione ed, allora, ecco offrirsi al popolo, quale novello Salvatore (ch’io te sopra te corono e mitrio, gli dice Virgilio- Pur. 27,142), Dante che dà vita alla sua immortale opera, la Divina Commedia, che non è solo intrisa di allegoria poetica, ma anche di allegoria filosofica, la ragione umana, e teologica, l’evangelium aeternum, in cui è espresso il senso più alto della Sacra Scrittura che si rivela tramite una particolare illuminazione. La Commedia gli serve sia per divulgare e difendere la dottrina templare, sia per mettere alla berlina i suoi nemici, come egli spiega nella lettera a Can Grande della Scala: non ad speculandum, ma ad opus per removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis. Dante sapeva che l’originaria unione con Dio, persa col peccato originale, non poteva essere recuperata dalla forza di un’umanità caduta, ma era stata necessaria la morte espiatrice di Cristo con la croce e con i chiodi. Da quel momento l’umanità scopre dentro di sé una forza di volontà da spingere l’intelletto che non ha perso ogni rapporto con la sfera religiosa al recupero dei perduti sensi per dare vita ad una vita contemplativa restaurata.
Dante inizia il suo viaggio di redenzione nell’aldilà il venerdì, 8 aprile 1300 e lo completa giovedì 14 aprile 1300, proprio nel periodo della redenzione operata da Cristo che lo inquadra in linea con l’ortodossia cristiana senza la preoccupazione di dover celare la sua iniziazione, come fa, rivolgendosi ai non iniziati per invitarli a cogliere la sostanza della sua disquisizione, nel commento alla prima canzone del Convivio, Voi che intendendo il terzo ciel movete: “O uomini che vedere non potete la sentenza di questa canzone, non la rifiutate, ma ponete mente alla sua bellezza, che è grande sì per la costruzione, la quale si perviene alli grammatici; sì per l’ordine del sermone che si perviene alli rettorici; sì per il numero delle sue parti, che si perviene alli musici”, mentre si preoccupa di camuffare la sua appartenenza all’Ordine. Ma, quando inveisce contro i più accaniti nemici dell’Ordine, contro i suoi nemici dell’Aquila e della Croce, contro i propri nemici che non esita condannarli nella Giudecca, non sempre riesce a controllarsi, come nel caso di Filippo il Bello, perito otto mesi dopo la morte sul rogo del de Molay, Veggio il nuovo Pilato sì crudele, // che ciò nol sazia, ma senza decreto, // porta nel Tempio le cupide vele. // O Segnor mio, quando sarò lieto // a veder la vendetta che, nascosa, // fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? (Pur. 20, 91-96), anche se per un episodio che non ha nulla a che vedere con i Templari, o di Clemente V che condanna ben sei volte nell’Inferno e che chiama “un pastor sanza legge”, mentre nel Paradiso, addirittura, tramite San Pietro, gli nega la legittimità del soglio pontificio: Quelli che usurpa in terra il luogo mio, // il luogo mio il luogo mio, che vaca // nella presenza del figliuol di Dio, // fatt’ha del cimitero mio cloaca … (Par. 27, 22-26). Per Dante, infatti, Clemente V è un usurpatore nell’elezione al papato, nella convocazione del Concilio di Vienne, nella canonizzazione di Celestino V, fortemente voluta da Filippo il Bello in opposizione a Bonifacio VIII che lo aveva scomunicato, e, principalmente, nella soppressione dell’Ordine dei Templari, oltre che nella sospensione della scomunica all’acerrimo nemico dei Templari, il Nogaret, inflittagli da Benedetto IX per l’attentato di Anagni del 7 settembre 1303, definito un attacco contro Cristo stesso da Dante, pur con tutto l’odio verso Bonifacio VIII che condanna ben tre volte nell’Inferno.
Ancora in un episodio allegorico abbiamo rappresentata la funzione della Croce e dell’Aquila che con papa Clemente V e Filippo II il Bello conoscono entrambi il periodo più nero. E’ la settima visione della vita della Chiesa che Beatrice, dopo aver rimproverato Dante d’essersi allontanato da lei dopo la sua morte, Mai non t’appresentò natura o arte // piacer, quanto le belle memebre in ch’io // richiusa fui, e che so’ in terra sparte //, lo vede col mento in giù, alza la barba gli dice, con esplicito richiamo ai Templari che non avevano rinnegato l’Ordine, per fargli osservare il grifone ch’è sola una persona in due nature (aquila e leone, l’umanità e la divinità di Cristo). Dante, vedendola splendere Sotto ‘l suo velo e oltre la rivera // vincer parsemi più se stessa antica //vincer che l’altre qui, quand’ella c’era (Pur. 31, 82-84), svenne e quando rinvenne si ritrovò immerso nel Leté e, sostenuto da Matelda, bevve di quell’acqua. Indi, scortato dalle sette sorelle – le virtù cardinali e le teologali – dinanzi al carro che si trovava sotto l’albero della conoscenza, egli vide il grifone riflettersi negli occhi di Beatrice Mentre che piena di stupore e lieta // l’anima mia gustava di quel cibo // che, saziando di sé, di sé asseta (Pur. 31, 130-132), le tre virtù teologali cantavano “Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi” // era la sua canzone, “al tuo fedele” // che, per vederti, ha mossi passi tanti! // Per grazia fa noi grazia che disvele // a lui la bocca tua, sì che discerna // la seconda bellezza che tu cele” (Pur. 31, 133-138). Dante, poi, svenne di nuovo al dolce suono di un’altra armonia e, quando rinvenne, si ritrovò solo con Beatrice seduta sotto l’albero assieme alle sette sorelle, la quale gli disse: “ Qui sarai tu poco tempo silvano; // e sarai meco sanza fina cive // di quella Roma onde Cristo. // Però, in pro del mondo che mal vive, // al carro or tieni, e quel che vedi, // ritornato di là, fa che tu scrive” (Pur. 32, 100-105). A questo punto Dante, tramite Beatrice, ha le sette visioni allegoriche della storia della Chiesa, già descritte da Ubertino da Casale nell’Arbor vitae: la prima rappresenta la persecuzione con l’Aquila di Giove colpisce violentemente il carro; la seconda il periodo delle eresie con l’apparizione d’una volpe affamata che cerca di annidarsi dentro il carro; la terza la donazione di Costantino con l’Aquila che lascia sul carro parte delle sue piume e dal cielo si sentì una voce piena di rammarico “O navicella mia com’ mal se’ carca!” (Pur. 323- 129); la quarta mostra un drago che sbuca dalla terra, è l’avvento dell’Islam che tolse alla Chiesa fiorenti regioni della fede; la quinta il carro che si copre con le penne che L’Aquila aveva perso col preciso intento di mostrare l’Ecclesia carnalis che si ammanta di ricchezze e di potere politico; la sesta mostra tre teste bicornute che erompono dal timone del carro e quattro teste cornute che erompono dai quattro angoli del carro che rappresentano i sette peccati capitali, di cui i primi tre più gravi e i quattro meno per additare le ricchezze della Chiesa feudale, impigliata in alleanze politiche e militari; la settima, quella che, qui, ci interessa più d’ogni altra, mostra una puttana sul carro con al suo fianco un gigante e basciavansi insieme alcuna volta. // Ma perché l’occhio cupido e vagante // a me rivolse, quel feroce drudo // la flagellò dal capo infin le piante; // poi di sospetto e d’ira crudo, // disciolse il mostro, e trassel per la selva // tanto che sol di lei mi fece scudo, // a la puttana e a la nova belva (Pur. 32, 153-160). Qui sono rappresentati proprio Clemente V e Filippo II il Bello che vanno d’amore e d’accordo contro i Templari e se, qualche volta, il papa guarda Dante templare con interesse, quasi mostrando dei dubbi sulla sua colpevolezza, il re lo mette alla berlina e lo fa tornare sui suoi passi togliendolo alla vista di Dante.
Invece, pur essendo stato il Nogaret il principale nemico dei Templari dopo Filippo IV, Dante non lo cita nella sua Commedia, se non di sfuggita, quando incontra Ugo Capeto, cui fa dire: veggio in Alagna intrar lo fiordaliso // e nel vicario suo Cristo esser catto. // Veggiolo un’altra volta esser deriso; // Veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele, // e tra vivi ladroni esser inciso (Pur. 20, 86-90), dove i vivi ladroni sono il Nogaret e Sciarra Colonna, che non periranno sulla croce come i due ladroni, ma di morte naturale. Solo che, oggi, i massoni di Rito scozzese, prima dell’ammissione al 30^ grado di cavaliere kadosh, devono maledire Clemente V, Filippo il Bello e Noffo Dei; quelli dell’ammissione al 33^ grado di Sovrano Grande Ispettore, invece, incontrano uno scheletro che regge una bandiera templare e un pugnale sguainato che, di certo, indica il Nogaret.
Un caso a parte si presenta il fiorentino Noffo Dei, o Noffo Deghi, Noveri Dey, Nofri Dei, Noffo Dey, Naffus Doghi, Naffus in Francia, agente di una Compagnia bancaria lombarda in Champagne che lavorava per la banca fiorentina di Ranieri Iacobi, che aveva l’ufficio principale a Sens. Questi, tra il 1288 e il 1290, e il suo committente erano al servizio del grande banchiere Ceperello Diotaiuti di Prato, per il quale incassavano decime ed entrate diverse che versavano per Filippo il Bello alla sede dei Templari, e, in tale veste, accusato di irregolari sottrazioni fu arrestato ed imprigionato insieme a Jean de Calais, canonico di Saint-Etienne de Troyes che aveva perpetrato simili irregolarità ai danni della regina Giovanna di Francia e Navarra, moglie di Filippo il Bello. Jean de Calais riuscì a fuggire e della fuga fu accusato il suo vescovo Guichard de Troyes che, nella lotta tra Bonifacio VIII e il re di Francia, aveva parteggiato per il papa e, quindi, si presentava l’occasione per rendergli pan per focaccia, tanto più che Noffo lo accusava di ogni misfatto: eresia, stregoneria, sodomia, usura, simonia, veneficio e, addirittura, che, con le sue arti infernali, aveva causato la morte della regina Giovanna. Mentre Noffo Dei veniva scarcerato per i suoi servigi alla giustizia, il vescovo subì due processi: nel primo, per veneficio, fu assolto; durante la celebrazione del secondo processo che lo avrebbe mandato al rogo,
Noffo Dei fu incarcerato per la seconda volta e condannato ad essere impiccato, ma, prima dell’impiccagione dichiarò che le sue accuse contro il vescovo erano infondate ed il vescovo fu assolto anche stavolta, ma non reintegrato nella sua diocesi; fu trasferito da Clemente V a Djakovar, in Bosnia.
Noffo Dei non accusò solo il vescovo Guichard, ma infierì anche contro i Templari; anzi fu il principale promotore di tutte le accuse, e Dante non mancò di rendergli la pariglia, condannandolo all’Inferno senza mai nominarlo per non farsi riconoscere come templare e farsi, prima, scomunicare e, poi, condannare al rogo. In nessun punto della Commedia si trova un’esplicita condanna di Noffo Dei, eppure egli che sarà impiccato a Parigi nel 1313 si trova, già, all’Inferno il sabato santo del 1300, nel più profondo degli abissi, nel nono cerchio, nella Tolomea, dove sono puniti i traditori degli amici e degli ospiti e dove le loro anime precipitano tosto che compiono il misfatto, mentre il loro corpo continua a vivere, come dice l’anima di frate Alberigo: Cotal vantaggio ha questa Tolomea, // che spesse volte l’anima ci cade // innanzi ch’Atropòs mossa le dea. // E perché tu più volentieri mi rade // le ‘nvetriate lacrime dal volto, // sappie che tosto che l’anima trade // come fec’io, il corpo suo l’è tolto // da un demonio, che poscia il governa // mentre che ‘l tempo suo tutto sia volto. // Ella ruina in sì fatta cisterna: // e forse pare ancor lo corpo suso // dell’ombra che di qua dietro mi verna. (Inf. 33, 124-137). Ecco l’anima di Noffo Dei: e forse pare ancor lo corpo suso // dell’ombra che di qua dietro mi verna, sostituita da Gerione, il demone della frode, della perfidia e del tradimento, che Dante ha tratteggiato in modo da farcelo riconoscere come sostituto proprio di Noffo Dei. Dopo che i due poeti oltrepassano i tre gironi, dove sono puniti i violenti, giungono sull’orlo di un precipizio e, qui, Virgilio ordina a Dante di sciogliersi la corda che cinge i suoi fianchi; Io avea una corda intorno cinta, // e con essa pensai alcuna volta // prender la lonza alla pelle dipinta. // Poscia che l’ebbi tutta da me sciolta, // sì come ‘l duca m’avea comandato, // porsila a lui aggroppata e ravvolta. // Ond’ei si volse inver lo destro lato, // e alquanto di lunge dalla sponda // la gittò giuso in quell’alto burrato. (Inf. 16, 106-114). La corda non è il cordone francescano, simbolo di povertà e umiltà che Dante chiama capestro, ma la cintura che San Bernardo aveva prescritto ai Templari di portarla giorno e notte e che ha la virtù di attirare dal suo abisso Gerione che è il patrono infernale di tutti i truffatori ma che dimora nel fondo dell’Inferno tra i traditori, in quanto egli scopre non solo che essa è caduta dal punto in cui si trovano gli usurai fiorentini e lombardi, ma anche che ha di fronte un templare. Questo provoca in Gerione un certo ritardo nell’eseguire il comando di Virgilio di farlo salire su e Dante, quasi, si preoccupa, ma la guida … Tosto verrà di sovra // ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; // tosto convien ch’al tuo viso si scovra”. Ecco, che cosa Dante sogna e che cosa scovra? Lo scopriremo presto, intanto, ch’io vidi per quell’aere grosso e scuro // venir notando una figura in suso, // meravigliosa ad ogne cor sicuro (Inf. 16, 121-123, 130-132).
“Ecco la fiera con la coda aguzza // che passa i monti; e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto il mondo appuzza!”, disse Virgilio e gli ordinò d’avvicinarsi E quella sozza imagine di froda // sen venne, ed arrivò la testa e ‘l busto, // ma ‘n su la riva non trasse la coda. // La faccia era faccia d’uom giusto, // tanto benigna avea di fuor la pelle, // e d’ un serpente tutto l’altro fusto; // lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste // dipinti avea di nodi e di rotelle. // … Nel vano tutta sua coda guizzava, // torcendo in su la velenosa forca // ch’a guisa di scorpion la punta ornava. // lo duca mio: “Or convien che si torca // la nostra via un poco insino a quella // bestia malvagia che colà si corca” (Inf: 17, 1-3, 7-15, 25-27). Così andando Dante passa in rassegna i falsari finché non giunge là dove lo attendono Virgilio, già in groppa, e Gerione che … distorse la bocca e di fuori trasse // la lingua, come bue che ‘l naso lecchi … “ Or sie forte e ardito. // Omai si scende per sì fatte scale; // monta dinanzi, ch’io voglio esser mezzo, // sì che la coda non possa far male” (Inf: !/, 74-75, 81-84). Anche Virgilio, oltre a Dante, teme che Gerione che ha tutti i tratti infernali di Noffo Dei, il supertraditore dei Templari, al quale il poeta è riuscito ad assegnare, nella maniera più anonima possibile, il posto che gli spetta nell’Inferno, possa tentare di colpirlo proditoriamente. Ma, qui, c’e anche un’altra dichiarazione di Dante templare. Egli, salendo in groppa a Gerione in coppia con Virgilio, ha voluto riprodurre il più antico sigillo dei Gran Maestri templari che raffigura due cavalieri in groppa allo stesso cavallo.
A questo punto devo umilmente dichiarare che, in tanti anni di insegnamento, pur nutrendo per Dante e le sue opere una particolare predilezione e pur essendo quasi certo di una sua particolare iniziazione a qualche Ordine, mai e poi mai mi sfiorò l’idea che egli fosse così vicino al culto verso i Templari che in me andava sempre più crescendo. In passato avevo una vaga idea che in tutte le opere dantesche vi fosse un’unità intrinseca che le accomunava; oggi ne sono perfettamente convinto e sono certo che, se egli fosse vissuto più a lungo, avrebbe portato a compimento anche quelle opere che sembrano, a prima vista, meno connesse e lasciate in sospeso e non abbandonate, come qualcuno osa dire. Certo la fine dolorosissima per lui dei Templari portò uno scompiglio nei suoi piani ed in quello che egli riteneva il suo compito precipuo, quello di educatore e di propugnatore della giustizia e della pace sociale che avrebbero dovuto trovare, col coinvolgimento di tutti, la naturale confluenza nel rinnovo spirituale operato dall’amore. Mi spiego sotto questo profilo il suo sogno di Roma caput mundi e ce lo conferma il suo Veglio di Creta, in linea con la sua concezione templare.
In mezzo mar siede un paese guasto // … che s’appella Creta, // … Una montagna v’è che già fu lieta // d’acqua e di fronde, che si chiama Ida // Or è diserta come cosa vieta // … Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, // che tien volte le spalle inver Dammiata // e Roma guarda come süo speglio. // La sua testa è di fin oro formata, // e pure argento son le braccia e ‘l petto, // poi è di rame infino alla forcata; // da indi in giuso è tutto ferro eletto, // salvo che ‘l destro piede è terra cotta; // e sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto. // Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta // d’una fessura che lagrime goccia, // le quali, accolte, foran quella grotta. (Inf. 14, 94-99, 103-114). La statua del veglio guarda verso Roma perché la monarchia universale che passò dall’Egitto (Damietta) all’impero romano con Augusto che dopo la battaglia d’Azio pacificò il mondo, come pure il Cristianesimo passò dalla Palestina a Roma per rinnovare il legame tra Dio e l’uomo attraverso Roma, caput mundi, i due poteri che avrebbero dovuto rendere felice l’umanità. Ma la statua guasta simboleggia la miseria che attanaglia proprio l’umanità, in quanto, attorno alle sue acque, hanno fatto naufragio sia Enea, il simbolo dell’Aquila, che Paolo, il simbolo della Croce. Il fatto, poi, che la statua dalla falcata in giù è di fino ferro, fuorché nel piede destro che è di terracotta, e che essa si regge, principalmente, sul piede più debole, sta a ribadire la fiducia nella venuta del veltro, la perfezione umana, il numero 6, con la rinascita del templarismo.
Prima di lasciare ad altri la rielaborazione più approfondita della gnosi templare in Dante, mi è d’obbligo mantenere la promessa di richiamare la sua predilezione per il numero 13 con la citazione di due episodi, uno del Paradiso e l’altro del Purgatorio. Nel cielo del Sole, in Paradiso, dove incontra gli spiriti sapienti che formano delle corone che ruotano intorno a se stesse, si soffermano a parlare con Dante San Tommaso e San Bonaventura in due corone diverse con il primo, domenicano, che fa gli elogi di San Francesco e il secondo, francescano, che fa gli elogi di San Domenico. Le corone sono formate da 12 anime ciascuna, diventano 13 con Dante, in quanto ognuna lo avvolge, mentre parla uno degli spiriti eletti. L’altro episodio riguarda la minaccia del serpente nella valletta dei principi. Siamo la sera della pasqua del 1300, ormai il sole è tramontato ed ai due poeti non è più permesso proseguire. Nella conca fiorita e profumata di diversi odori, i principi che sulla terra avevano trascurato di attendere ai loro doveri attendono di essere ammessi nel Purgatorio per espiare i loro peccati. Anche qui sono in 13, come in un capitolo templare, 11 i principi con Sordello e con i due poeti 13. Qui, anzi, viene fuori un altro riconoscimento, durante la preghiera per invocare l’aiuto divino contro il serpente tentatore che, puntualmente, si presenta ogni sera, essi volgono verso oriente che rappresentava un altro metodo di riconoscimento degli adepti templari, prima che un’anima intonasse l’inno di compieta “Te lucis ante” sì devotamente // le uscio di bocca e con sì dolci note, // che fece me a me uscir di mente (Pur: 8, 13-15). Poi, Dante stesso prosegue: Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, // che ‘l velo è ora ben tanto sottile, // certo che ‘l trapassar dentro è leggero (Pur. 8,19-21), perché vide quelle anime che ansiose guardavano insù, dove vide scendere giù due angeli con le spade sguainate, ma spuntate, e mettersi ai fianchi delle anime dei Templari per proteggerle – gli 11 spiriti dei principi, poiché anche Sordello, pur se menestrello, era un principe -. Allora Sordello spiegò che provenivano dal grembo di Maria per mettere in fuga il serpente che sarebbe apparso di lì a poco. Il serpente, qui, rappresenta la Bolla di Clemente V del 30 dicembre 1308 indirizzata da Tolosa al re Giacomo II d’Aragona, intitolata Callidi serpentis, con la quale ordinava a tutti i principi cristiani di promuovere processi contro i Templari e obbligarli a confessare per poi consegnarli all’autorità vescovile. Il vero serpente, dunque, è Clemente V che insidiava non solo quelle anime sulla via della santificazione che riescono a salvarsi con l’aiuto mandato da Maria che era proprio la patrona dei Templari, ma aveva perso anche ogni ritegno con l’ordine di applicare la tortura per obbligare i Templari a confessare con la Bolla del18 marzo 1311.
All’episodio della cacciata del serpente tentatore dai due angeli nella valletta dei principi bisogna aggiungere lo sdegno dei santi e di San Pier Damiani che pronuncia un violento discorso contro i porporati: Or voglion quinci e quindi chi rincalzi // li moderni pastori e chi li meni // tanto son gravi, e chi di retro li alzi. // Cuopron d’i manti i loro palafreni, // sì che due bestie van sott’una pelle: // oh pazienza che tanto sostieni! // (Par. 21, 130-135). Questi versi sono lo sfogo e l’invettiva di San Pier Damiani contro l’Ecclesia carnalis che Dante fa finta di non capire per dare adito a Beatrice di chiarire il senso e portata delle sue parole e contro chi erano dirette: Mi disse: “ non sai tu che tu se’ in cielo? // e non sai che ‘l cielo è tutto santo, // e ciò che ci si fa vien da buon zelo? // Come t’avrebbe trasmutato il canto, // e io ridendo, mo pensar lo puoi, // poscia che il grido t’ha mosso cotanto; // qual, se ‘nteso avessi i prieghi suoi, // già ti sarebbe nota la vendetta // che tu vedrai prima che tu muoi. // La spada di qua su non taglia in fretta // né tardo, ma’ ch’al parer di colui // che disiando o temendo t’aspetta. (Par. 22, 7-15). Il riferimento, qui, è preciso, il richiamo alla leggenda che il de Molay avrebbe chiamato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al tribunal di Dio, il primo entro 40 giorni, il secondo entro 40 settimane, dall’11 marzo 1314. Il papa morì il 20 aprile, Filippo il 29 novembre; il Nogaret e il Noffo Dei erano, già, morti nel 1313. La giusta vendetta era compiuta, mentre Dante fortificherà se stesso, dopo la preghiera di San Bernardo alla Vergine di permettere al suo protetto di affondare il suo viso in quello della seconda persona della Trinità per acquistare la capacità di mantenere sempre viva la fiaccola templare per la salvezza del genere umano: Quella circulazion che sì concetta // pareva in te come lume riflesso, // da li occhi miei alquanto circunspetta, // dentro di sé, del suo color stesso, // mi parve pinta della nostra effigie: // per che ‘l mio viso in lei tutto era messo (Par. 33. 127-132).
A questo punto, bisogna chiedersi come mai Dante che è da ritenersi l’unico vero adepto della gnosi templare non abbia mai parlato esplicitamente della Grande Opera, quando essa prevede, senza ombra di dubbio, anche l’apprendimento dei mezzi tecnici, dei metodi di lavoro, per operare la trasmutazione. Che dico? Si potrebbe dire che abbia voglia di scherzare o, forse e meglio, di provocarvi. La sua Divina Commedia trabocca di Grande Opera: la Nigredo, l’Opera al nero, è espressa in modo dettagliato nella prima Cantica, l’Inferno; l’Albedo, l’Opera al bianco, nella seconda, il Purgatorio; la Rubedo, l’opera al rosso, nella terza, il Paradiso. Tutte e tre le fasi del regressum ad uterum sono trattate con una dovizia di particolari e con una gradazione, in crescendo, proprio eccezionali, e ognuna non è ripetuta solo sette volte, secondo la tecnica tradizionale, ma ben dieci volte, secondo la piena manifestazione. Nella prima Cantica, sono analizzati i sette peccati capitali, preceduti dalla selva oscura e dagli ignavi con gli atei nella città di Dite; nella seconda, si scontano le pene dei sette peccati alla luce delle virtù cardinali e teologali, mentre sono in attesa dell’espiazione le anime delle tre categorie dei negligenti: morti da scomunicati, convertiti in punto di morte e dei morti per violenza; nella terza, sono osannate le anime secondo le sette arti liberali con la scienza naturale (matematica e fisica) e la scienza morale (l’etica), cooperate dalle nove gerarchie angeliche, mentre, al vertice, avviene la glorificazione della Teologia, nella Candida Rosa. Il tutto è trattato in modo così preciso e perfetto che non lascia trapelare, giustamente, qual è il vero intento dell’opera ai profani, com’è giusto che sia.
Propugnando, infatti, Roma come sede dell’impero e del papato, egli riesce a mascherare egregiamente la sua vera identità. Per lui è alla foce del Tevere che l’angelo nocchiero imbarca le anime, varca le colonne d’Ercole e approda felicemente sulla riva del Purgatorio, dove il musico Casella allieta col suo canto la fatica di Dante, perché procede secondo gli auspici delle due autorità, impero e papato, preposte per la felicità dell’umanità, mentre Ulisse che ne è privo, pur varcando incolume le colonne d’Ercole, farà naufragio dinanzi alla meta agognata. La tradizione è unica, come unica è la dimensione iniziatica ed esoterica della morte simbolica, quella che permette di penetrare in quell’inconscio primordiale che, illuminato dalla luce dell’iniziazione, diventa conscio attraverso l’abbraccio uroborico con la Grande Madre, la totalità ctonia ed archetipa, dove tutto è vitalità e materia vivente, anzi un tripode ardente, dice Goethe nel Faust, e, quand’anche dovesse affievolirsi, rinasce più rigogliosa di prima, come l’araba fenice o l’anima dell’uomo.
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